Cercando altro fra vecchie carte ho ritrovato lo scritto di un mio intervento ad un convegno internazionale organizzato nell’ambito dei progetti europei  a Torremaggiore dal titolo “Scegliere di fare impresa”. Era maggio del 2000, 19 anni fa. Nel rileggerlo ho trovato le premesse dell’intervento ancora valide ed attuali: esse costituisco ancora oggi le basi del mio pensiero sullo sviluppo locale. Ho deciso di pubblicarle e di evidenziare le mie riflessioni sperando che possano far riflettere tanti altri che hanno a cuore, come me, lo sviluppo del nostro territorio.0IMG_4012_(1024_x_768) Eccole:

… creare la consapevolezza:

  • Che si può e si deve pensare possibile definire e sostenere uno sviluppo che parta dalle forze locali e da queste sia gestito;
  • Che si può e si deve creare cultura e capacità di sostenere e fare sviluppo locale;
  • Che si possono e si devono cogliere le opportunità che ancora esistono anche per un territorio come il nostro decentrato anche rispetto ai centri di informazione e di potere;
  • Che si può e si deve pensare ad uno sviluppo che conservi e valorizzi le vocazioni locali ma che apra alle innovazioni;
  • Che si può stare insieme e condividere obiettivi abbandonando personalismi, localismi e contrapposizioni;
  • Che si possa e si debba creare quell’atmosfera favorevole allo sviluppo.

…  quindi lo sviluppo locale autocentrato sulla realtà locale e autogestito dalle forze locali dovrebbe garantire:

  • Di essere uno sviluppo endogeno, basato sulla realtà del territorio, partecipato dalle forze del territorio, gestito nel territorio;
  • La valorizzazione delle vocazioni produttive e dei patrimoni culturali ed umani del territorio;
  • La crescita delle capacità progettuali sia a livello di iniziative economiche che di sviluppo di impresa e di servizi. Garantire cioè il saper fare economico e sociale attraverso una capacità di sviluppo di area e di sviluppo di impresa.

Ci sono però dei pericoli nello sviluppo locale autocentrato e sono a mio parere:

  • Che il LOCALE sia letto come LOCALISMO o, peggio ancora, come campanilistico: il piano di Torremaggiore in contrapposizione con il piano di San Severo. Il comune non è la dimensione per piani di sviluppo locale; la dimensione è piuttosto di area o di distretto in cui si condividono vocazioni economiche, storico – sociali e produttive e ipotesi di sviluppo;
  • Che si trascuri uno degli aspetti più importanti del sottosviluppo di alcune aree del mezzogiorno che dipendono dagli interventi centrali e che costituisce il gap più forte con le aree sviluppate: quelle delle infrastrutture antiche (strade e trasporti) e moderne (reti di comunicazione). Questo è un tema sul quale le forze locali, magari con una alleanze con altri territori, devono far sentire forte la propria voce.
  • Che si ritenga che tutto possa risolversi con le sole forze locali che invece devono acquisire capacità, conoscenze ed esperienze per lo sviluppo creando processi di trasferimento dalle aree o dalle strutture che queste capacità e conoscenze hanno già sviluppato;
  • Che si ritenga che basti creare strutture, organismi , consorzi per avviare lo sviluppo senza porsi il problema di avere un progetto per lo sviluppo, di avere uomini in grado di progettarlo e di gestirlo, di aver creato la condivisione del progetto;
  • Che si continui a far crescere il saper fare “politico” (drenare risorse dall’appartenenza politica) a scapito del saper fare economico e produttivo.

Continuavo con l’indicazione di alcuni linee operative che emergevano da esperienze positive di sviluppo locale delle quali cito solo una che mi sembra la più importante e attuale:

  • Realizzare la disponibilità locale di servizi reali qualificati, in particolare per le PMI, che aiutino le imprese ad innovare i processi di produzione, nei quali le nostre imprese hanno consuetudine e capacità e ad avviare e sviluppare le aree non di produzione: la commercializzazione, il marketing, l’immagine, la qualità, l’innovazione tecnologica, il management e altro.

A 19 anni dopo chiuderei  la chiacchierata un po’ diversamente anche alla luce dei tempo trascorso, delle diverse situazioni, delle nuove esperienze fatte nel  frattempo e delle sollecitazioni che mi vengono dai soci dell’associazione.

Il progetto di sviluppo proposto dall’associazione è quello incentrato sulla valorizzazione della Peranzana come prodotto tipico di un’area coincidente con la contea De Sangro e dintorni. La Peranzana vista come traino degli altri prodotti del territorio ma anche della consapevolezza delle proprie origini e della propria prospettiva e delle altre attività. (vedi : l’idea progettuale su sito)

Perché il prodotto tipico diventi il prodotto trainante due le linee:

  • riappropriarsi localmente di pezzi di filiera produttiva e avviare quegli altri processi non propriamente produttivi  e nei quali c’è meno capacità e consuetudine: la commercializzazione, il marketing, l’immagine, la qualità l’innovazione, il management;
  • costruire nell’ areale peranzana, chiamando a raccolta enti pubblici e privati, un progetto di sviluppo locale condiviso.

Ma come fare?

Le possibili strade:

  1. quella della imprenditorialità che porta a realizzare una impresa che non solo si occupa della produzione propriamente agricola, me che si appropria degli altri aspetti dalla trasformazione alla commercializzazione, al marketing, ecc. Alcuni ci hanno provato e alcuni stanno avendo successo. Giovani per lo più che si sono trasformati da coltivatori eredi dell’azienda agricola paterna a imprenditori privati che curano spesso direttamente le attività di trasformazione, confezionamento, commercializzazione e marketing. Per poterlo fare bisogna avere vocazione capacità imprenditoriali e di investimento.
  2. Quella di mettere in comune fra più coltivatori le attività non strettamente produttive conservando le proprie attività di imprenditore agricolo. Mettere in comune significa creare cooperative, consorzi o reti di impresa. Le prime due forme, di molto successo in alcune aree geografiche del paese, per così dire vocate rispettivamente verso la cooperazione (es. Emilia) o il consociativismo (es. Trentino) richiedono che ci sia alla base un humus “culturale” che rende quasi naturale delegare pezzi di attività dopo il conferimento del prodotto e controllare direttamente la cooperativa o il consorzio. Da noi purtroppo non funziona, forse per la mancanza di quell’humus culturale o per le caratteristiche storico – sociali delle nostre popolazioni. Ad oggi questa mancanza o porta all’indifferenza a iniziative di sviluppo (sto bene come sto) o porta, se si partecipa ad iniziative di cooperazione, alla delega completa ad altri che spesso non sono nemmeno interni ai processi produttivi o al massimo sono amici o parenti da piazzare. Gli esempi vengono in mente a tutti. Certo si può lavorare per il cambiamento dell’humus culturale necessario ma questo richiede tempi lunghi, tempi lunghi che si  allungano ancora di più se riaffiora il ricordo di esperienze negative.

Nel frattempo che fare?

Puntare a mio parere su una cooperazione partecipativa in cui mettere in comune alcune o tutte le attività della filiera fra poche persone che gestiscano collegialmente le nuove linee imprenditoriali siano esse di trasformazione o di commercializzazione, conservando in proprio l’attività di produzione agricola e altre attività già avviate.  Da 1 a 10 persone che sono i soci ma che esercitano anche la direzione e il controllo attraverso la partecipazione diretta ad esempio al consiglio di amministrazione, in modo da impostare collegialmente le linee di attività e di gestione e controllare direttamente l’andamento e le prospettive di gestione.  La forma più appropriata è quella della rete di imprese, ma si possono adottare altre più datate che garantiscano la partecipazione all’amministrazione e al controllo.

  1. Infine l’ultima strada è quella delle società di capitali, in cui la delega è quasi totale salvo il controllo del ritorno economico. Ma questo è un altro capitolo.

Negli esempi positivi di sviluppo locale di successo, anche nell’ortofrutta e nell’uva da tavola, alcuni anche pugliesi, convivono grandi iniziative imprenditoriali private che hanno completato la filiera a partire dalla coltivazione e inglobando trasformazione e commercializzazione o a partire dalla commercializzazione inglobando trasformazione o produzione. Con queste forme coesistono forme di aggregazione di piccole imprese di coltivazione che trasformano e commercializzano.

Esiste però un livello di consociativismo che richiede gioco forza un numero elevato di soggetti partecipanti e spesso dell’intera area di riferimento: questi sono i consorzi di tutela o quelli di valorizzazione. Ma queste aggregazioni  richiedono due caratteristiche per poter svolgere la loro missione: la prima è quella di avere il mandato dalla maggior parte dei produttori dell’area che richiedano una tutela o una valorizzazione dei loro prodotti ( e non un consorzio per ogni comune) onde evitare i consorzi con piccoli numeri di soci che rappresentano solo una piccola parte in competizione con gli altri produttori dell’area;  la seconda che non devono avere pezzi di produzione reale per non andare in conflitto con i propri soci ed essere gestiti da una assemblea consapevole ed informata. A questa struttura  con attività fortemente legata allo sviluppo locale, possono partecipare anche gli enti pubblici che hanno scopi di indirizzare e favorire lo sviluppo locale ma non di gestirlo.

Il presidente

Matteo Aldo Circella

RIFLESSIONI DEL PRESIDENTE SULLO SVILUPPO LOCALE: “SCEGLIERE DI FARE IMPRESA”